Peak Performance e Neurofeedback: allenare il cervello per esprimere il proprio potenziale
Che cosa si intende per Peak Performance?

Con l’espressione Peak Performance, letteralmente “prestazione di picco”, si indica una condizione nella quale una persona riesce a esprimere le proprie capacità a un livello particolarmente elevato, sfruttando in maniera efficace le proprie risorse cognitive, emotive e fisiologiche.
Il concetto nasce soprattutto nell’ambito della psicologia dello sport, ma oggi viene applicato più in generale a tutte quelle attività nelle quali la qualità della prestazione dipende non soltanto dalla preparazione tecnica, ma anche dalla capacità di mantenere concentrazione, controllo emotivo, rapidità decisionale, precisione, coordinazione e gestione dell’attivazione psicofisiologica.
È il caso evidente degli sportivi, ma anche di musicisti, attori, danzatori e, più in generale, di tutte le persone chiamate a fornire prestazioni complesse in condizioni di elevata richiesta attentiva o emotiva.
La Peak Performance non deve tuttavia essere confusa semplicemente con uno stato di rilassamento. Una prestazione ottimale richiede piuttosto un livello di attivazione adeguato al compito. Un eccesso di tensione può interferire con la precisione, l’attenzione e il controllo motorio; al contrario, un’attivazione insufficiente può determinare una riduzione della vigilanza e della prontezza di risposta.
La ricerca contemporanea considera inoltre la prestazione ottimale come un fenomeno non riconducibile a un unico stato psicologico. Per esempio, accanto al noto stato di flow, caratterizzato da elevato assorbimento nell’attività, fluidità dell'azione e ridotta percezione dello sforzo, è stato descritto anche il cosiddetto clutch state, una condizione nella quale il soggetto aumenta deliberatamente concentrazione e sforzo per ottenere la massima prestazione in un momento particolarmente importante.
In altre parole, non esiste necessariamente un unico “stato mentale ideale” valido per ogni persona e per ogni attività. Una delle questioni centrali della ricerca sulla Peak Performance consiste proprio nell'individuare le condizioni psicofisiologiche che consentono a un determinato individuo di funzionare nel modo più efficace possibile durante uno specifico compito.
L'autoregolazione: Biofeedback e Neurofeedback
In attività ad alto livello, l'allenamento tecnico costituisce naturalmente il presupposto fondamentale della prestazione. Tuttavia, quando le capacità tecniche sono già molto sviluppate, possono diventare determinanti fattori apparentemente meno visibili: la capacità di mantenere l'attenzione, recuperare rapidamente dopo un errore, limitare le interferenze cognitive, regolare l'ansia, controllare l'attivazione fisiologica e mantenere uno stato mentale funzionale al compito.
Per questo motivo negli ultimi decenni è cresciuto l'interesse per tecniche di autoregolazione psicofisiologica come il biofeedback e il neurofeedback.
La stessa letteratura sul neurofeedback sportivo considera l'autoregolazione uno dei meccanismi determinanti per l'ottimizzazione della prestazione. Una revisione sistematica di Mirifar, Beckmann ed Ehrlenspiel ha analizzato specificamente l'impiego del neurofeedback come allenamento supplementare negli sportivi, sottolineandone il ruolo nello sviluppo della capacità di regolare volontariamente l'attività cerebrale.
Biofeedback: imparare a controllare le proprie risposte fisiologiche
Il biofeedback è una procedura attraverso la quale alcuni parametri fisiologici vengono rilevati attraverso sensori e restituiti alla persona in tempo reale sotto forma di informazioni visive o acustiche (video, film, videogame, realtà virtuale, grafici dinamici, ecc.).
Possono essere monitorati, per esempio, la frequenza cardiaca e la sua variabilità, il ritmo respiratorio, la tensione muscolare, la conduttanza cutanea (indice dell'attivazione autonomica) o altri indicatori dell'attivazione psicofisiologica. Rendendo osservabili fenomeni che normalmente avvengono in gran parte al di fuori della consapevolezza, il soggetto può gradualmente imparare a modificarli e controllarli.
Nel campo della Peak Performance una delle metodiche maggiormente studiate è l'Heart Rate Variability Biofeedback, o HRV-Biofeedback, attraverso il quale viene allenata la regolazione del sistema nervoso autonomo, ossia di quella parte del sistema nervoso che normalmente è fuori dal controllo cosciente dell'individuo e che, ad esempio, è quello che si iperattiva negli stati ansiosi, spesso compromettendo le prestazioni.
Revisioni sistematiche indicizzate in PubMed hanno esaminato il suo impiego nello sport e più in generale nella regolazione emotiva e nella performance. I risultati indicano che il biofeedback è efficace: la ricerca in questo settore è in continua evoluzione.
L'obiettivo non consiste quindi semplicemente nell'“abbassare” l'attivazione, ma nell'aumentare la capacità dell'individuo di modulare il proprio stato fisiologico in funzione delle richieste della situazione: in poche parole di potenziare il suo controllo psicofisiologico durante la prestazione.
Neurofeedback: il biofeedback dell'attività cerebrale
Il neurofeedback è un tipo di biofeedback nel quale il parametro utilizzato per l'allenamento è l'attività cerebrale tramite l'elettroencefalogramma (EEG) in tempo reale.
Nella forma più diffusa, l'attività elettrica cerebrale viene rilevata attraverso l'elettroencefalogramma (EEG) mediante elettrodi posizionati sul cuoio capelluto. Alcune caratteristiche dell'EEG vengono elaborate dal computer in tempo reale e trasformate in un feedback visivo, acustico o audiovisivo.
Quando l'attività cerebrale si avvicina alle caratteristiche previste dal protocollo di allenamento, il sistema fornisce un feedback positivo. Attraverso ripetute sessioni il soggetto può progressivamente imparare a produrre con maggiore frequenza determinate configurazioni dell'attività cerebrale. Il processo viene generalmente interpretato facendo riferimento ai principi dell'apprendimento e del condizionamento operante.
Nel campo della Peak Performance l'obiettivo è quindi diverso da quello propriamente clinico: non si parte necessariamente dalla presenza di un disturbo da trattare, ma si cerca di ottimizzare alcuni processi coinvolti nella prestazione di una persona sana, come attenzione, controllo dell'attivazione, velocità di risposta, coordinazione psicomotoria o gestione dell'interferenza emotiva.
Una delle principali revisioni sull'impiego del neurofeedback nelle persone sane ha raccolto risultati riguardanti attenzione sostenuta, attenzione esecutiva, memoria, tempi di reazione, abilità psicomotorie complesse, apprendimento procedurale e altri processi cognitivi rilevanti per la performance.
Neurofeedback, Brain Map e peak performance
Un aspetto particolarmente interessante della ricerca riguarda il rapporto tra neurofeedback e quei processi che caratterizzano la prestazione degli esperti.
Gli studi EEG condotti nello sport suggeriscono infatti che l'eccellenza non corrisponde necessariamente a una maggiore attivazione globale del cervello. In alcune attività, una prestazione superiore sembra associarsi piuttosto a una maggiore efficienza neurale, cioè alla capacità di utilizzare in maniera più selettiva le risorse necessarie limitando attività cognitive interferenti.
Una recente meta-analisi sugli atleti ha, per esempio, osservato durante le prestazioni migliori una minore coerenza alfa tra alcune regioni temporali e frontali, un risultato interpretato nell'ambito dell'ipotesi dell'efficienza neurale e della riduzione dell'interferenza dei processi verbali sull'esecuzione motoria.
È proprio su questo principio che si fonda una parte dell'interesse verso il neurofeedback applicato alla Peak Performance: non “attivare maggiormente il cervello”, ma favorire modalità di funzionamento più adatte allo specifico compito.
Per questo motivo in letteratura sono stati sperimentati protocolli differenti, tra cui training del Sensorimotor Rhythm (SMR), dell'alpha, dell'upper-alpha e protocolli alpha/theta. La scelta del training dipende dall'abilità che si intende allenare e dal contesto nel quale deve essere espressa.
Diversi studi hanno mostrato risultati interessanti nell'uso del neurofeedback per migliorare la prestazione. Cheng et al. (2015), in uno studio randomizzato su 16 golfisti pre-élite, hanno osservato che otto sessioni di neurofeedback sul ritmo sensori-motorio (SMR) producevano non solo un aumento dell'attività SMR, ma anche una maggiore precisione nel putting rispetto al gruppo di controllo.
Risultati positivi sono stati ottenuti anche nel campo artistico. Gruzelier et al. (2010) hanno studiato l'effetto del neurofeedback SMR su un gruppo di attori, rilevando miglioramenti in diversi aspetti della recitazione, tra cui creatività, espressività, caratterizzazione del personaggio e sicurezza nella performance, oltre ad alcune componenti dello stato di flow.
Particolarmente interessante per l'approccio basato sulla Brain Map è lo studio di Graczyk et al. (2014) su un atleta olimpico di lancio del giavellotto. Prima del training furono effettuate valutazioni QEEG ed ERP, utilizzate per orientare il protocollo di neurofeedback. Dopo il training furono osservati cambiamenti nell'attività cerebrale associati a un migliore controllo cognitivo e a una maggiore fiducia nella prestazione. Trattandosi di un singolo caso, lo studio non costituisce una prova definitiva di efficacia, ma rappresenta un esempio interessante di neurofeedback personalizzato (brain map guided) sulla base della valutazione neurofisiologica individuale.
Non una terapia, ma un allenamento della prestazione
Nell'ambito della Peak Performance, quindi, biofeedback e neurofeedback possono essere considerati soprattutto strumenti di allenamento dell'autoregolazione.
L'obiettivo non è trasformare artificialmente una persona in un atleta, un musicista o un attore migliore, né sostituire la preparazione tecnica. Il loro contributo consiste nel lavorare su alcuni dei processi che permettono alle competenze già acquisite di essere espresse in maniera più stabile ed efficiente: concentrazione, regolazione dell'attivazione, controllo dell'ansia da prestazione, precisione psicomotoria, capacità di recuperare dagli errori e gestione delle interferenze cognitive.
È in questa prospettiva che il neurofeedback è stato studiato in campi molto diversi tra loro: sport di precisione e di movimento, musica, recitazione, danza e altre attività nelle quali attenzione, controllo emotivo e coordinazione mente-corpo costituiscono una componente essenziale della prestazione.
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